Il buddismo non è solo un insieme di tecniche per l'auto-aiuto

ITALIAN TRANSLATION of https://eleusis.ning.com/group/buddhism/forum/topics/buddhism-is-no... originally published in English in Tricycle magazine 2011.

Traduzione a cura di Giulia di Maria (allieva 3°anno Scuo-la Danzaterapia Sarabanda).

Rivista da David Brazier Il buddismo non è solo un insieme di tecniche per l'auto-aiuto.

Sta succedendo qualcosa di molto più grande. Di Dharmavidya David Brazier     INVERNO 2020Questo articolo è disponibile come parte della nostra attuale esclusiva web con la Shin School of Pure Land Buddhism.

Negli anni '80 ho conosciuto un uomo straordinario di nome Carl Rogers, uno degli psicologi più eminenti e influenti del secolo scorso.Carl, non diversamente dal Buddha Shakyamuni, vedeva un potenziale virtualmente illimitato nella natura umana, e questo lo ha ispirato in tutto ciò che ha fatto.Era un esploratore delle relazioni umane, un visionario e un ricercatore rigoroso.Era dispo-sto a porre domande imbarazzanti o impegnative, a rifletterci a fondo e quindi a pensare alle cose in modi nuovi a seconda della situazione.In effetti, una delle espressioni preferite di Carl era "i fatti sono amichevoli", con la quale intendeva che non dovremmo temere la verità, anche se potrebbe non adattarsi a ciò che già crediamo.

Ai tempi di Carl, il mondo della psicoterapia si era diviso tra due poli, da un lato c’erano le varie scuole della psicoanalisi, con le loro teorie esoteriche complesse e non verificabili, e dall'altro il comportamentismo, che in nome di un’idea molto ristretta di scienza riduceva l'esperienza umana e la terapia in termini semplicistici e in tecniche applicate meccanicamente.Nel suo approccio alla ricerca, Carl non ha imposto una struttura teorica alla pratica clinica;invece, ha lasciato che le teo-rie derivassero da un'attenta indagine di ciò che effettivamente accade nel contesto clinico. Il suo lavoro è stato determinante nello sviluppo della psicologia umanistica, che si è presentata come una "terza forza" nel campo.

Trovo che le preoccupazioni di Carl riguardo al mondo psicologico del suo tempo abbiano dei pa-rallelismi nel mondo buddista di oggi.Tenendo questo a mente, dovremmo chiederci se noi mo-derni praticanti del dharma siamo o no in pericolo di cadere nell'uno o nell'altro dei due estremi, uno insulare, fortemente esoterico e auto-convalidante, e l'altro caratterizzato da un focus ristretto sull'applicazione della sola tecnica.Sono particolarmente interessato a quest’ultimo, perché mi sembra che adottando questa prospettiva, potremmo pensare di essere progressisti quando in real-tà stiamo semplicemente adattando il buddismo a certe credenze popolari, non accertate, riguardo il mondo.

Per molti buddisti occidentali, un approccio tecnico che in effetti dice: "Non hai bisogno di credere a nulla, fai solo la pratica" è molto allettante.Dopotutto, siamo una cultura fortemente guidata dal-la tecnologia. Tuttavia, questa enfasi tecnica associata al buddismo è qualcosa di nuovo.Tradizio-nalmente, nelle culture asiatiche in cui ha prosperato il dharma, il buddismo è più una questione di atteggiamento che un insieme di tecniche.L'atteggiamento consiste nel mantenimento di un intero contesto, sebbene possa assumere forme specifiche nella pratica rituale o meditativa o in altre atti-vità.Ma i principali atteggiamenti attraverso i quali i buddisti hanno sempre espresso la loro con-nessione al dharma sono la devozione e la fede.La forma e il contenuto di questi atteggiamenti va-ria a seconda della cultura, della tradizione e persino dell'individuo, ma la caratteristica comune è un rapporto completo positivo ma indagatore e profondamente sentito con i Tre Tesori: il Buddha, il Dharma, e il Sangha.

L'idea che si possa “solo fare pratica” è essa stessa basata sulla fede, tuttavia è facile fallire in que-sto trucchetto.Questa visione della pratica non evita la fede;punta semplicemente su una fede che già abbiamo, cioè, la fede in un approccio tecnologico alla vita. Si presume che la meditazione, come la penicillina o Windows 7.0, funzioni allo stesso modo in qualsiasi contesto.È un pensiero pretenzioso.

Va di pari passo con l'idea di meditazione libera dal contesto, l'opinione, non insolita nei circoli buddisti occidentali, che buddismo e meditazione siano virtualmente sinonimi. Ma la stragrande maggioranza dei buddisti asiatici, ora come nel corso della storia, non medita, o lo fa solo in rare occasioni, e quando lo fa, lo fa come parte di un rituale collettivo piuttosto che come metodo di mi-glioramento personale. L'esperienza del buddismo così com'èeffettivamentepraticato è, sembra, molto diversa dalla recente visione tecnica di comedovrebbe esserepraticato.

Forse nessuna idea del buddismo è stata ripresa dal modello tecnologico quanto il termineconsa-pevolezza."Consapevolezza" è stata a lungo la traduzione standard del termine palisatie del san-scritosmriti, e si tratta di una buona traduzione.Ma nel corso degli anni, il suo significato si è al-lontanato dal suo precedente inglese e dal suo senso indiano.La consapevolezza è stata ampiamen-te identificata con un solo aspetto di ciò che comporta, ovvero la mera attenzione, che si riferisce alla consapevolezza nel momento presente.Ma il significato tradizionale del termine, sia in inglese che nei suoi equivalenti indiani, ha a che fare anche con la memoria, in particolare con il ricordo.Considerando solo il senso stretto di ciò che si intende per consapevolezza, spesso è stata presentata come un'abilità tecnica.Questa visione tecnologica della consapevolezza, anche se trova il suo fondamento nelle scritture buddiste, si basa su una lettura parziale di solo due di un vasto corpo di scritture.Questi due testi, ilMahasatipatthana Suttae l'Anapanasati Sutta, di conse-guenza hanno assunto un'influenza sproporzionata tra i meditatori occidentali e, per di più, è solo la prima metà di ciascuno di questi testi che supporta l'approccio tecnico.Se si prende ciascuno di questi due testi nel suo insieme, è evidente che la trasmissione delle tecniche per la consapevolezza è solo una parte del loro messaggio e che in ogni caso la vetta è una comprensione più profonda del significato spirituale delle Quattro Nobili Verità.È subito evidente che le tecniche offerte per alle-nare la consapevolezza non costituiscono l'intera questione.A volte penso che quando i critici accu-sano il buddismo di essere una forma di semplice autocontemplazione, potrebbero non essere lon-tani dal vero.Nella forma in cui viene spesso presentata, la consapevolezza si limita effettivamente alla riflessione e all'osservazione di se stessi. 

Questo modello tecnologico focalizzato sul sé della pratica buddista non è privo di virtù.Ha reso il buddismo ampiamente accessibile in un nuovo contesto culturale.Ha evidenziato la ricchezza delle sue tradizioni meditative.Ma un dharma decontestualizzato può mettere in luce l’essere umano in un modo che è del tutto in linea con l'individuo alienato, isolato, che fa scelte individualistiche che è il modello principale della persona nella nostra società capitalistica.È davvero quello che voglia-mo?Inoltre, trasforma il buddismo in un insieme di merci che possono essere acquistate e riduce i praticanti a unità economiche.Questo è il dharma che rafforza, anziché combattere, molte tenden-ze nelle società occidentali che sono tutt'altro che emancipatrici.Per usare le parole del Buddha nel Pali sutta, non è affatto andare "contro la corrente" del nostro condizionamento; anzi, è piuttosto coerente con alcune forti correnti che modellano la nostra coscienza alienata.

La mancanza di una vita comunitaria coerente e significativa e di un modo di relazionarsi con gli altri è, probabilmente, la causa di gran parte della sofferenza che le persone cercano di risolvere nel buddismo.Se quello che ottengono è una tecnica fai-da-te, su te stesso, da solo, per te, ad un prez-zo, questo non funzionerà, anche se fornirà alcuni vantaggi secondari o palliative soddisfazioni.In Asia, il buddismo è cresciuto diventando un centro focale della vita comunitaria.Le comunità sono tenute insieme da valori, atteggiamenti e modelli condivisi che affermano il loro senso più profon-do della realtà.La maggior parte dei buddisti tradizionali ha poca o nessuna preoccupazione per il proprio raggiungimento dell'illuminazione, tranne che a lungo termine.Le loro preoccupazioni spi-rituali e religiose sono più immediate: il benessere della loro comunità, le relazioni che hanno con gli altri membri del Sangha e, soprattutto,la loro relazione con il Buddha, il Tathagata.Il buddismo fiorisce attraverso un orientamento verso la vita centrato sull’ altro, piuttosto che sul sé.L'alterità qui si riferisce sia agli altri ordinari - i propri vicini, per esempio - sia agli altri spirituali - il Tatha-gata e altre presenze spirituali.Praticare in un contesto centrato sull'altro significa esprimere la propria devozione, praticamente o cerimonialmente, verso l’altro.

Si trova nella tradizione buddista un'ampia varietà di modi in cui il Buddha viene visto e compreso.In un'intervista suTricycle("Beyond Religion", autunno 2009), il mio amico Alfred Bloom, un noto insegnante e studioso del buddismo Shin, ha descritto il punto di vista del saggio giapponese Shinran in un modo  pertinente a ciò di cui parlo. 

Shinran identificò Amida Buddha come l'eterno Buddha, in modo simile a come Shakyamuni è ritratto nelSutra del Loto. Ciò significa che Amida non ha inizio né fine. Non c'è mai stato un tempo in cui non c'era il Buddha Amida. Quindi simboleggia la realtà.

Quando parlo del Buddha Amida con i cristiani, spesso mi chiedono: "Amida è un dio?"e io dico: "No, non è un dio, è la realtà".Amida è il Buddha della Luce e della Vita Infinite, e questo senso delle cose trascina la mente oltre i confini per contemplare l'infinito... Amida, però, non è solo un essere, non solo un concetto;è un simbolo mitico, una finestra attraverso la quale contemplare la realtà e vedere noi stessi più in relazione al tutto. È un modo per focalizzare la nostra comprensio-ne sulla realtà e su come essa ci accoglie.Viviamo nell'infinito, l'infinito vive dentro di noi.

Questo atteggiamento non è limitato a una sola scuola di buddismo.In Giappone, questo tipo di atteggiamento è comune alla maggior parte dei buddisti.Vivere il Buddhismo è vivere all'interno di una cornice spirituale.Ovviamente ha elementi che sono razionali, pratici e anche scientifici, ma mettere la tecnica al primo posto significa mettere il carro davanti ai buoi.Molti occidentali credo-no che gli aspetti spirituali del buddismo non siano scientifici e in quanto tali dovrebbero essere evitati.Ma questo significa credere nella visione che riduce la conoscenza del mondo alla ristretta gamma di quelle cose che possono essere quantificate. Non possiamo sfuggire al fatto che qualsiasi cosa facciamo, riponiamo la nostra fede in qualcosa.

Al centro del Buddismo c'è l'atto devozionale di rifugiarsi nei Tre Tesori visti come la cosa più sicu-ra su cui fare affidamento.Questo è vero per i buddisti di tutte le scuole di ogni cultura.Prendere rifugio, per definizione, implica relazionarsi con gli altri.La visione contemporanea secondo cui ci si rifugia nella propria natura, elevata o profonda che sia, è nel migliore dei casi un più facile e par-ziale sofismo.Il buddismo ci chiede di andare oltre il sé, non di perfezionare il sé.Vivere il Buddi-smo non è un progetto di auto-perfezionamento, in cui il controllo comportamentale - etico e tecni-co - è l’aspetto più importante.Non ci si rifugia in esso per un senso di eroismo spirituale o come un'affermazione delle proprie capacità superiori;rifugiarsi è riconoscere che si è smarriti, in peri-colo, incapaci di trionfare per qualsiasi atto di volontà personale.È questa mossa devozionale la più indispensabile e che molti di noi trovano più difficile;tuttavia senza di essa, tutte le tecniche spiri-tuali nel mondo serviranno a poco.

L'idea di dipendenza è fondamentale per vivere il buddismo.Siamo profondamente impantanati nell'avidità e nell'illusione.Dipendiamo per tutta la vita dal sostegno degli altri: dal mondo natura-le, da altre persone e, spiritualmente, dalla tradizione di saggezza che è giunta a noi attraverso la storia umana.Nel modo tradizionale buddista, la nostra dipendenza non è motivo di disagio, ma porta piuttosto a un senso di meraviglia e gratitudine, che è la forza motrice della vera spiritualità.Questo atteggiamento centrato sull'altro diventa naturalmente la motivazione per so-stenere ed essere supportati dagli altri e, cosa più importante, per rifugiarsi, per radicare la vita spirituale in qualcosa che va al di là del sé.

Penso che sia qui, sulla promozione di un atteggiamento centrato sull'altro, che Carl Rogers abbia qualcosa di originale da insegnare a noi buddisti occidentali.Carl ha dimostrato che ciò che è cru-ciale e primario nella promozione del cambiamento personale in psicoterapia sono i fattori spiri-tuali generici che persistono nella relazione tra il cliente e il terapeuta.Le tecniche sono, nella mi-gliore delle ipotesi, secondarie e possono in effetti costituire un pericolo, poiché potrebbero distrar-re i terapeuti dal prestare attenzione alle qualità umane della relazione, e portarli a trattare il clien-te in modo distaccato.Per Carl, niente in psicoterapia contava più di un atteggiamento di rispetto per l'altro.

Notoriamente Carl considerava l'autentica trasmissione di due elementi come condizione necessa-ria e sufficiente per un cambiamento terapeutico di successo: un’accurata empatia e un’incondizio-nata considerazione positiva.La prima si riferisce alla capacità di vedere le cose come le vede l'al-tro.La comprensione empatica non significa necessariamente accordo.Piuttosto, significa che uno può mettere da parte le proprie idee e desideri per un po' e vedere e sentire le cose come fa l'altro. La considerazione positiva incondizionata include varie emozioni - amore, compassione, gentilezza - che implicano affetto.Quando il terapeuta stabilisce e trasmette la sua comprensione e i suoi buoni sentimenti per il cliente, come ha dimostrato Carl, avverrà un cambiamento positivo.

Carl si rese conto che ciò che accadeva nell'incontro con ciò che è amato e di cui ci si fida  -fisica-mente presente o meno- rilasciava dei poteri che hanno la capacità di cambiare una vita.Nella sua terapia centrata sul cliente, era l'altro -prima il cliente stesso e poi la tendenza attualizzante nell'u-niverso - il punto focale.Egli si rese conto che quando l'empatia e la considerazione positiva sono realmente presenti, nasceuno spazio sicuro, unrifugioin cui tutte le parti crescono naturalmente.

Penso che sia lo stesso per noi qui nell’emergente mondo del buddismo occidentale.Esplorando modi per essere centrati sull'altro nella nostra pratica, credo che collettivamente andremo molto più in là di quanto non faremmo se ci concentrassimo sul progresso personale.Non è una questio-ne di tecnica ma di atteggiamento, e affinché quell'attitudine centrata sull'altro sia profonda, deve partire dalla nostra relazione con la realtà spirituale simboleggiata dal Tathagata.

Molti buddisti contemporanei sono in fuga dalle religioni della loro cultura, e sentire che il buddi-smo riguarda principalmente l'amore per il prossimo e la devozione a ciò che si considera sacro, può suonare stranamente familiare.Ma l'emancipazione spirituale non è proprietà esclusiva di una religione, e se ci sono paralleli tra ciò che milioni di buddisti asiatici hanno sperimentato nel corso della storia e ciò che affermano le religioni occidentali, questa è, a mio avviso, una conferma della loro universalità.Le differenze sono significative, ma i punti in comune affermano anche qualcosa di reale.

L'ascesa della psicoterapia è una comprensibile conseguenza del senso di mancanza di significati così comune nella società moderna.Ma la terapia basata sulla tecnica, sebbene possa essere utile per ridurre i sintomi, non può fare a meno di produrre altra alienazione.Lo stesso vale per il bud-dismo.La pratica buddista che fornisce mera tecnologia spirituale sganciata dal significato non of-frirà alcun rimedio al nostro pervasivo senso di anomia.Carl ha cercato di portare nel mondo della psicologia una prospettiva abbastanza larga da salvarci e riportarci a valori più duraturi.L'alleanza tra buddismo e psicologia è uno sviluppo prezioso che ha facilitato l'ingresso di alcuni valori buddi-sti attraverso le rovine della nostra fortezza materialistica.Tuttavia, resta da vedere se riusciremo ad estrarne il vero significato.

Carl ha dimostrato che ciò che contava in psicoterapia era la creazione di uno spazio sicuro, un sen-so di comunità, atteggiamenti amorevoli e l'affidamento a un principio trascendente positivo.Il suo approccio era basato sulla fede nella tendenza attualizzante nell'universo.Credeva, e ha dimostra-to, che la crescita e il cambiamento costruttivi non avvengono attraverso una consapevolezza e un controllo accresciuti, ma proprio attraverso la rinuncia al controllo personale a favore della costru-zione di condizioni sane.Nella terminologia buddista questa è la creazione di un senso di rifugio e affidamento all'amore, alla compassione, alla gioia e alla pace.Che si parli di Buddismo o di psico-terapia, le tecniche hanno un ruolo molto subordinato nel facilitare il cambiamento positivo.E’ una questione di atteggiamento e relazione.

Credo che la diagnosi di Carl sullo stato della psicologia ai suoi tempi - e non è cambiata molto da allora -  abbia molta rilevanza per noi seguaci della via del Buddha, la sua illuminazione ha comportato l'abbandono della pratica ascetica e la realizzazione che siano quelle citate sopra, le condi-zioni dalle quali dipende l’effettivo cambiamento verso il benessere o  la malattia.Molti buddisti occidentali non recepiscono questo messaggio perché non si connettono facilmente con il simboli-smo della cultura asiatica, e quindi sarà necessario per noi trovare il nostro linguaggio per esprime-re queste cose.Spero che potremo farlo, che potremo evitare di sovvertire il dharma a un pro-gramma occidentale egocentrico che idolatra la tecnologia, e stabilire il dharma in Occidente ba-sandoci sui principi dell’altruismo centrati sull’altro, del rifugio e della comunità. Possiamo trovare saggezza e ispirazione nella lunga storia del buddismo vivente.Possiamo trovarli anche nel lavoro di pensatori creativi come Carl Rogers.E la saggezza e l'ispirazione del Tathagata sono sempre pre-senti.Dobbiamo solo subordinarci a questo.

Dharmavidya David Brazier è un insegnante buddista, autore e presidente dell'International Zen Therapy Institute. È anche a capo dell’ Amida Order, un sangha della Terra Pura.  www.eleusis.ning.com.

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Posted by Dayamay Dunsby on November 29, 2020 at 11:30 0 Comments

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Posted by Tineke Osterloh on November 26, 2020 at 20:30 0 Comments

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